Convalido l’iscrizione a Paperblog sotto lo pseudonimo di dirittobook

maggio 3, 2010

Cdo


Il costo del software illegale…

aprile 6, 2010

A differenza di quanto si possa pensare, il software “pirata” può avere un alto costo per quelle imprese che lo utilizzano nella propria attività. L’utilizzo di software privo di regolare licenza è un fenomeno che non conosce limiti: vuoi per “ignoranza” (l’utente non si rende conto che, ad esempio, un determinato programma può essere utilizzato liberamente per fini personali ma non sul lavoro), vuoi per “furbizia” (l’utente preferisce risparmiare i soldi richiesti dalle software house), sono numerose le azienda che utilizzano programmi non licenziati.

In alcuni casi, però, questo si può rivelare un boomerang per l’impresa. Proprio in questi giorni la Business Software Alliance (organizzazione internazionale dedita al rispetto della proprietà intellettuale e alla promozione di un mondo digitale legale e sicuro in campo ICT) ha diffuso i dati sulle azioni civili instaurate nei confronti di società che operavano in violazione della normativa sul diritto d’autore.

Nel corso del 2009 BSA ha ricevuto circa 4.000 segnalazioni relative al presunto uso di software illegale da parte società, segnalazioni che hanno condotto a circa  2.250 azioni legali. Con riferimento alle ultime sette azioni civili instaurate da BSA in Italia è risultato che il costo sostenuto dalle aziende “pizzicate” in violazione della normativa sul diritto d’autore è stato di oltre 211.787 euro, con un picco pari a oltre 77.800 euro pagati da un’azienda per evitare una causa in tribunale che avrebbe potuto rivelarsi dannosa tanto per il bilancio quanto per l’immagine dell’azienda stessa. Alle somme sborsate per il risarcimento dei danni vanno aggiunti gli oltre 70.000 euro necessari per regolarizzare i software impiegati illegalmente e le spese legali sostenute per la difesa nelle controversie.


Corte di Giustizia europea: Google AdWords non viola la normativa sui marchi

marzo 24, 2010

AdWordsè un servizio di posizionamento a pagamento fornito da Google. Esemplificando molto il suo funzionamento, tale servizio consente a qualsiasi soggetto di selezionare una o più parole chiave da “associare” ad un messaggio pubblitario che rimanda ad uno specifico sito internet. Quando un utente cercha su google parole che coincidono con quelle impostate nell’annuncio, compare nella sezione «link sponsorizzati» (parte destra o superiore dello schermo ) un link pubblicitario verso il suo sito.
Si tratta, in altre parole, di un servizio che realizza del marketing mirato, consentendo di indirizzare la pubblicità a target ben precisi.
Il servizio, però, si presta anche ad abusi (come, in generale, tutti i servizi di Internet…).
Louis Vuitton e altri titolari di marchi celebri, hanno contestato il fatto che AdWords fosse utilizzato da siti che offrivano prodotti contraffatti, sfruttando proprio le ricerche basate sui propri marchi. In pratica, digitando ad esempio “Louis Vuitton” su Google, comparivano nei risultati link sponsorizzati che rimandavano a siti che vendevano esemplari falsi delle famose borse francesi.
Paradossalmente il marchio diventava, quindi, un danno e non una risorsa per il legittimo titolare!
L’istanza è infine giunta alla Corte di Giustizia Europea, che è stata chiamata a derimere la questione relativa a “l’impiego di parole chiave corrispondenti a marchi altrui nell’ambito di un servizio di posizionamento su Internet”. La Corte giustamente ha distinto in maniera netta la posizione del contraffattore (il sito che vende prodotti falsi) da quella dell’intermediario (Google): l’abuso del marchio può essere contestato al contraffattore (o comunque a colui che utilizza la parola chiave per fare concorrenza sleale) ma non a chi si limita a mettere a disposizione tale servizio.
La Corte stabilisce che è necessario verificare se Google ha svolto, in questo caso, “un ruolo meramente tecnico, automatico e passivo, comportante una mancanza di conoscenza o di controllo dei dati che esso memorizza“.
Si torna così nell’ambito della normativa europea in tema di responsabilità del provider (per maggiori info si veda questo articolo) che riconosce la responsabilità solo nel momento in cui il prestatore di servizi della società dell’informazione, venuto a conoscenza dell’abuso di un inserzionista – ometta di rimediare.